UN VELOMOBILE NELLA STORIA DI ARI

A cura di Luca Bonechi

I primi “Audaci”, capitanati dall’artista Vito Pardo, partirono da Roma all’alba nel lontano 1897, erano in dodici ed a Napoli arrivarono in nove al tramonto. Alcuni giorni dopo venti ciclisti napoletani, per non esser da meno, pedalarono da Napoli a Roma. Così nacquero le randonnée e con queste il primo “gruppo Audax”, celebrato con enfasi da tutti i giornali dell’epoca. L’idea piacque alla Francia e fu così che Henry Desgranges, visto il buon esito della pedalata da Roma a Parigi del 1903, fondò nel 1904 l’Audax Club Parisienne e, successivamente, dette vita ai brevetti randonnée. A lungo l’Italia rimase però stranamente fuori dalla comunità mondiale se non per merito della cicloturistica Succi di Forlì che nel 1975 aveva ripreso ad organizzare brevetti riconosciuti però solo da Euraudax.

Nel 1998, per merito di Eligio Doglio, l’Italia colmò la lacuna ed a Campiglione Fenile, piccolo paese ai piedi della Alpi Cozie, si tenne il primo brevetto i con 9 partecipanti. Da allora di strada in Italia se ne è fatta tanta fino a registrare, prima della pandemia da COVID, cifre impensabili con ben 124 organizzatori aderenti all’ARI, 257 eventi e circa 20.000 di ciclisti partecipanti. Non vi è dubbio che le finalità dell’ACP, solennemente sottoscritte dai promotori al café du Vaudeville a Parigi e riassunte nel desiderio di “incoraggiare lo sviluppo del grande turismo in bicicletta, educare i ciclisti, renderli forti e tenaci ed organizzare le escursioni cicloturistiche”, sono state prese sul serio in Italia che oggi vanta prestigiosi eventi in calendario, una Nazionale di oltre 650 componenti ed un’ottima reputazione nel mondo. Fermo Rigamonti ha guidato l’ARI dal 2002 al 2014 ed il sottoscritto termina il suo turno con l’Assemblea di San Gimignano l’11 luglio prossimo.

Un giudizio sul mandato di Bonechi? C’è da aspettarsi, come è normale che sia, opinioni le più varie ma una cosa è certa: l’uscente è di sette anni più anziano e sette chili più pesante, un chilo all’anno. Di questa certezza se ne devono rendere conto tutti coloro che si apprestano a ricoprire incarichi nell’ARI, l’orgogliosa associazione di volontari nella quale ci si sta solo per passione da soci attivi, offrendo ciò che ognuno ha da dare in sapere ed esperienza, ma apprestandosi a rinunciare in parte all’attività fondante: il pedalare.

Il Consiglio dell’ARI, una squadra ben oliata che volontariamente porta avanti il mondo delle randonnée in Italia

Sono stati anni molto belli, di grandi soddisfazioni personali e dell’intera squadra. Certo la squadra, perché l’ingrediente di un successo non occasionale ed effimero è la squadra, l’attitudine al confronto, la presenza costante ovunque la si richieda e sia necessaria, la creatività nel saper innovare ed il coraggio di stare al passo con i tempi senza rinunciare alla propria identità, la capacità di progettare e di condividere le cose da fare ma anche la coerenza nel rispettare le regole. Ne è testimone il difficile periodo della pandemia quando siamo riusciti a tenere assieme la solidarietà con il contributo dato all’ospedale da campo di Bergamo con la ripartenza in sicurezza grazie alla formula Random ed al riconoscimento da parte della FCI.

Si può senza dubbio affermare che nel periodo Covid-19 non ci siamo limitati a “sopravvivere” ma abbiamo “vissuto” con quella tenacia e fiducia proprie della nostra comunità. E quando termini da noi coniati come “randagio”, “random”, “cacciatori di strade”, “né forte, né piano ma sempre lontano”, entrano nel vocabolario comune, non solo dei randonneurs, ma di riviste nazionali ed internazionali, vuol dire che abbiamo sfondato e che siamo divenuti una comunità riconosciuta e rispettata. E’ del tutto ovvio che anche per questo la nostra comunità è sempre più popolata da varie “scuole di pensiero” e da persone che vogliono dire la propria in maniera costruttiva per poter sbagliare di meno e crescere ancora in coerenza con i principi fondativi in un rapporto con il passato che deve essere fatto di memoria, semmai di gratitudine e non tanto di nostalgia. E tutto ciò Mino Repossini, il neo Presidente lo sa bene e non vi pentirete certo di una ottima scelta. Al vecchio Presidente non rimarrà altro che tornare a “battere le strade” per ritrovare la sua originaria vocazione.

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