LA NAZIONALE ARI AL MUSEO DEL GHISALLO

Un indumento, una moda, un vezzo, una protezione, un simbolo, una squadra, un sogno, un premio. Non tutte sono uguali, non tutte hanno lo stesso scopo e non tutte regalano le stesse emozioni.
Sono le maglie: che possono essere contemporaneamente un banale oggetto per essere “alla moda”, o un segno distintivo, di appartenenza, di conquista.
In questo caso, però, parliamo di un tipo di maglie, quelle che sono leggenda: marchio distintivo ottenuto sul campo di battaglia, o meglio sulla strada. Ma cosa rende una maglia eroica? Credo la sua storia e la fatica intrisa nei i suoi ricami, che chi la indossa e chi l’ha indossata prima di lui, ha fatto per conquistarla.

Il Museo del Ghisallo, è un luogo mitico per ogni amante della bicicletta. Aggrappato in cima a un’altura, timidamente affacciato sul lago di Como, lo si può raggiungere dal versante, più severo e rispettoso, di Bellagio, o da quello, pedalabile e aggraziato, di Erba. Varcarne la soglia è come entrare in chiesa, in una mecca, in un luogo di devozione spirituale. I muri sono impregnati di storia: volti e imprese che abbiamo letto sui giornali, visto in tv o ascoltato dalla voce trasognata dei nostri nonni.
Proprio in questi giorni si sta correndo il Giro d’Italia, che non è mai stato solo e semplicemente una corsa ciclistica, ma un filo invisibile che ha provato e prova tuttora a cucire l’Italia intera. A volte ci riesce, altre meno, ma è comunque un evento che, da decenni, riporta le persone in strada per applaudire i corridori, per guardarli passare veloci come il vento e vederli sparire all’orizzonte verso nuovi lidi. Da questo filo invisibile che da anni cuce strade e montagne, pianure, discese, fiumi e mari è nata la Maglia Rosa. Un simbolo distintivo e unico, quasi un’armatura, un’effige riservata al primo in classifica.

Al Museo del Ghisallo possiamo trovare una parete intera dedicata alla Maglia Rosa: da quelle sgualcite e allungate di un tempo lontano, a quelle aerodinamiche e senza cuciture di oggi. Un muro rosa che fa sognare chiunque si trovi al suo cospetto, perché quelle maglie hanno fatto, direttamente o indirettamente, la storia di tutti noi e del nostro paese.

C’è poi un’altra Italia, un’altra storia, un altro pedalare se vogliamo. Un ciclismo che, in barba ai giorni nostri, è rimasto ancora quello epico e primordiale, essenziale e spartano, incomprensibile e nascosto. Parliamo delle nostre amate randonnée: percorsi di ultra distanza da completare in autosufficienza, dove l’unico avversario siamo noi stessi e il tempo che, inesorabilmente, scorre.
Da anni ormai, A.R.I. (Audax Randonneur Italia) è l’associazione che gestisce il mondo delle randonnée nel nostro paese e che ha costituito la Nazionale Italiana Randonneur. Per entrarne a far parte bisogna portare a termine, nei tempi previsti, tutta la rosa di brevetti: 200, 300, 400 e 600 chilometri. Si intuisce subito come, indossare quella maglia, non sia semplice e scontato.
Entrare a far parte della Nazionale Italiana Randonneur, che si rinnova ogni 4 anni, è una vera emozione perché, quella maglia, si porta dentro storie e dolori, fatica e sudore, gloria e sacrificio.

Sabato 22 maggio, in occasione della Randonnée Madonna del Sasso e del Ghisallo, Mino Repossini e alcuni mitici rappresentanti del mondo rando, doneranno al Museo del Ghisallo le maglie della Nazionale Italiana Randonneurs che verranno esposte in uno spazio dedicato.
Ogni volta che ci capiterà quindi di varcare emozionati la soglia del Museo, troveremo anche qualcosa di noi e credo che, seppur in modo diverso, quelle maglie non sfigureranno al cospetto della mitica Maglia Rosa, perché in fondo sono tenute insieme dalla stessa fatica, dalle stesse gocce di sudore ed emozione, cucite dallo stesso filo che, da nord a sud, di giorno e di notte, sotto il sole e la pioggia, unisce da anni l’Italia intera.

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