E c’è chi si lamenta….sempre!

 a cura di Barbara Toscano

Le mode vanno e vengono, si sa. Non importa se una moda fosse in voga vent’anni fa, sappiamo con certezza che, dopo qualche decennio di latitanza, ritornerà. Evoluta, in parte trasformata, riadattata, ma pur sempre aggrappata profondamente alle sue peculiarità. La moda va e viene, chi si lamenta, però, ci sarà sempre. Non se ne va e non è necessario ritorni. È in mezzo a noi, intorno, sopra e sotto. Tra le righe di un giornale, in un post su Facebook, tra le chiacchiere da osteria. Non importa cosa fai, non importa dove vai, il tizio che si lamenta lo si incontra continuamente sulle nostre strade, che tu sia in bici, a piedi, in auto, o in pausa pranzo con i colleghi, lui c’è. A volte è sufficiente aprire un social network qualsiasi ed è lì, davanti ai tuoi occhi:

LA POLEMICA.

Polemizzare è diventata una moda. Un individuo beneficia dell’interesse del pubblico limitatamente al momento in cui elargisce polemiche a 360 gradi. La tastiera non ha filtri ed esprimere il proprio dissenso dietro uno schermo è fin troppo facile, ogni pretesto è buono. Sputare nel piatto in cui si mangia è troppo facile. Criticare il lavoro altrui, senza proporre soluzioni valide ed alternative, è troppo facile. Sputare sentenze sconclusionate e velenose, è troppo facile. È l’atteggiamento tipico italiano che tentiamo di rinnegare, ma è talmente parte del nostro DNA che non ci riesce in alcun modo.

Sono stanca di leggere che non va mai bene niente, di sentire la cattiveria della gente. Pedalo da poco, dal 2018, e il Campionato Italiano è stato come gettare benzina sul fuoco per me. Mi sono innamorata delle rando istantaneamente e l’esistenza di una classifica e della nomina di Campione Italiano, mi aveva gasata a tal punto che ogni domenica ero in giro per l’Italia a farne una. L’ho trovato l’incentivo giusto per iniziare, uno stimolo eccezionale, ha alimentato un fuoco che è divampato in pochi secondi. Quando uno si affaccia al mondo randagio ha fame, è assetato di emozioni, di percorsi nuovi, di sfide. Ha voglia di mettersi in gioco ed è questo che porta a fare un campionato di questo tipo: un’indigestione costosa di viaggi, di amicizie e d’incontri, di esperienze, di albe e di tramonti. Ebbene sì, lo fai per un punteggio, per portarti su in classifica, e vince chi ha più tempo e soldi per farlo, ma questo non è uno dei segreti di Fatima, è meramente un dato di fatto. Uno scavezzacollo che decide di intraprendere la strada del Campionato lo sa, dovrebbe saperlo, che a fine anno il suo conto e le sue energie saranno in riserva.

Questo dovrebbe essere il Campionato più bello dell’universo: qui l’agonismo non esiste, nonostante continuo a sentir affermare il contrario. Dov’è l’agonismo in una manifestazione in cui il tempo impiegato è pressoché irrilevante? Dov’è l’agonismo in una manifestazione in cui normalmente si pedala in totale armonia proprio con quei randagi che con te si contendono il podio? Spiegatemi dov’è l’agonismo, perché io proprio non lo vedo. E se continuate a vederlo, non avete capito con che spirito si affronta un campionato di questo tipo. L’agonismo lo vedo, nella sua forma più negativa, quando vengono infangati nomi e lanciate accuse il più delle volte infondate e non comprovate. Lo vedo quando si gioca sporco, cercando continuamente un modo per mettere il bastone tra le ruote al proprio avversario. Lo vedo quando si arriva a mettere in piedi un’indagine individuale pur di compromettere l’altro. Ma quel che è peggio è accusare chi cerca ogni anno di intrattenerci, di creare percorsi, di dare servizi, di fare comunità, di portare avanti un movimento come il nostro senza avere un soldo in cambio. Questa, penso, sia la cosa peggiore. È come sparare sulla Croce Rossa.

E quando, in piena pandemia, c’era chi si lamentava che le rando erano state tutte cancellate? E quelli che “piangevano”, perché non potevano uscire con le loro biciclette e pedalare con gli amichetti? Tutti a cantare sui balconi e appendere cartelloni con su scritto “Andrà tutto bene” e poi? ARI si inventa un sistema nuovo di fare randonnée allineandosi alle circostanze avverse e permettendo di pedalare a chi singhiozzava di non poter uscire in bici e stare con gli amichetti e cosa succede? Si piange, perché “questo sistema deturpa lo spirito del randagio vero e viene meno la convivialità ed il pedalare in amicizia”. Ci si lamenta, perché qualcuno fa il furbo, estremizzando il concetto di competizione e pensando di aggirare il sistema, pedalando due rando in un solo weekend e magari alle estremità opposte dell’Italia. Non ci sono limiti alla fantasia di randagi invasati che hanno perso di vista il punto focale: POTER PEDALARE, DIVERTENDOSI. E pretendere che ARI prevedesse ogni perversa interpretazione ed applicazione del metodo Random, che riuscisse a mettere in piedi una Commissione Disciplinare tanto efficiente e capillare da andare a fare le pulci in tasca ad ogni singolo organizzatore, mi pare utopico. Vedete, a far fede sul buon senso comune, dove si finisce? Si razzola nel fango, calpestati da polemizzatori che sparano su tutto.

Ma insomma…! Quando non si poteva pedalare, non andava bene, quando poi si è potuto pedalare non andava bene comunque. Polemiche su polemiche, attacchi ad ARI ed agli organizzatori. Ma cosa siamo diventati? Ci siamo forse dimenticati che pedaliamo per il piacere di farlo? Ci siamo forse dimenticati che NESSUNO È OBBLIGATO a partecipare se le regole non sono di suo gradimento? In quel momento il mondo randagio si è spaccato a metà: quelli che, intelligentemente e rispettosamente, hanno taciuto e hanno smesso temporaneamente di fare rando attendendo tempi migliori e quelli che, pur di trovare sempre il lato negativo di ogni cosa, si sono messi a polemizzare. Forse non è ben chiaro a qualcuno che il SISTEMA PERFETTO NON ESISTE. Forse non è nemmeno chiaro l’enorme sforzo che gli uomini e le donne di ARI devono portare avanti giorno dopo giorno per poterci regalare la soddisfazione di aver completato un brevetto. Siamo un paese libero e per andare in bici non è necessario partecipare a manifestazioni o battersi nei campionati. Volete pedalare senza pensieri? E allora, HAKUNA MATATA! Andate e pedalate per i fatti vostri, alle vostre condizioni, alle vostre regole, sul percorso che più vi compiace, portate il vostro credo e indottrinate gli infedeli che incontrate sulle vostre strade!Certo, perché il polemizzatore non votante ha qualcosa da dire anche sui percorsi. “Cavolo, diventano sempre più duri. Troppe salite. Le Super Randonnée sono una follia. Tutto quel dislivello…! Gli organizzatori sono usciti fuori di senno e non offrono percorsi alla portata di tutti.”

Bravo, vedo che hai centrato il punto: le Super Randonnée o i percorsi con un dislivello estremo, NON SONO ALLA PORTATA DI TUTTI E NON SONO NATI CON IL FINE DI ESSERLO. Sono esattamente l’opposto. Sono nati per chi ha voglia di cimentarsi in qualcosa di diverso, di estremamente duro ed impegnativo, adatti perlopiù a ciclisti esperti e preparati. Se uno vuole fare la scampagnata della domenica su e giù per la pianura padana, non si iscrive ad una Super Randonnée. Sebbene una non escluda l’altra. Ma di cosa stiamo parlando? Adesso un organizzatore deve prima fare un referendum per stabilire che caratteristiche dovrà avere il proprio percorso?

Come al solito, caro polemizzatore, hai perso di vista IL PUNTO. L’offerta dev’essere eterogenea e deve proporre un catalogo di prodotti che possano accontentare tutti. Dal percorso piatto, a quello misto a quello di montagna. Non sta scritto da nessuna parte che tu debba scegliere brevetti con ventimila metri di dislivello, così come nessuno ti vieta di pedalare solo su percorsi in pianura. Sai cosa ti dico? La tua polemica è priva di senso proprio per questo motivo, proprio perché nessuno ti fa salire a forza sulla tua bicicletta e tanto meno ti obbliga a fare salite di quaranta chilometri. Ti ricordo che sei tu a farlo, di tua spontanea volontà, e quindi, spiegami per quale assurdo motivo, caro polemizzatore, tu ti debba sentire in dovere di screditare i brevetti Extreme o sminuire i percorsi più leggeri, di criticare chi li organizza, ma di idolatrare chi poi li affronta e li conclude con successo?

Ti faccio un esempio. Quando vai a mangiare fuori, il ristoratore ti offre un menù ricco e variegato. Antipasti, primi, secondi, dolci, carne, pesce, verdura. Eppure, non ordini tutto il menù. Scegli quello che più ti piace, quello che riesci a permetterti economicamente, quello che ti incuriosisce, magari escludi quello a cui sei intollerante, oppure assaggi il dolce più per gola che per saziarti. Il ristorante non ti obbliga a fare ingordigia dei suoi piatti, non ti impone un minimo o un massimo, è a tua completa discrezione. Sei tu che decidi, sei libero di ordinare quello che vuoi. Sono fatti tuoi se il conto sarà troppo salato o se alla fine della cena non sarai abbastanza soddisfatto. E se un piatto non ti è piaciuto, puoi dirlo, ma vige una regola fondamentale del buon costume: USARE RISPETTO, specie per chi fa del suo meglio per accontentare ogni tuo capriccio.

Ma io ho capito chi sei, impavido polemizzatore. Tu sei il classico tipo che si siede al tavolo del ristorante e vuole ordinare un piatto che non c’è nel menù. Sei quello che tratta male il cameriere, che tenta invano di essere gentile offrendoti un servizio al meglio delle sue possibilità. Sei il tipico commensale che sta al telefono e non si gode quel che di buono ha di fronte, in quel piatto, troppo distratto da futili dettagli. Sei quello che non lascerà mai una mancia, anzi, che alla presentazione del conto, si lamenterà dicendo che è troppo caro. Questo sei. Quello che poi lascia la recensione negativa su TripAdvisor, a prescindere, perché magari ha trovato una macchietta microscopica sulla tovaglia.

Non so proprio come siamo arrivati a questo punto. Non so proprio come alcuni individui possano essere così superficiali, così inetti, così velenosi, specialmente quando si parla di sport, di stare insieme, di divertimento. Non so proprio come possa definirsi RANDONNEUR chi trova sempre e solo la nota stonata in un mondo così armonico, in una sinfonia di libertà e spensieratezza.

Caro polemizzatore, sei diventato la moda del momento, ma spero che tu abbia letto queste parole. Spero che tu ti sia anche vergognato un pochino. Spero che tu possa redimerti dai tuoi peccati e che tu possa trovare nuove vie per l’assoluzione. Spero che ti torni alla mente il motivo per cui hai iniziato a pedalare. Spero che tu ritrovi la retta via e che le rando tornino ad essere niente di più di un piacevole passatempo domenicale, ma soprattutto spero che tu perda il viziaccio maledetto di nasconderti dietro ad uno schermo e di screditare chi si sta facendo in quattro per offrirti tante possibilità di divertirti. Spero che se vorrai, entrerai nella nostra squadra per cercare di fare meglio, questa volta con i fatti, però, e non solo con le parole.

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