Marco scardovi – cORRERE VERSO UN SOGNO

a cura di Barbara Toscano

IL “RASTA-MAN” DELLE RANDO ALLA 100KM DEL PASSATORE

Il concetto di “extreme” non esiste solamente in bicicletta. Marco, nel 2018, affronta una delle corse più ambite e celebrate tra i runners, conciliando esperienza e resilienza delle ultra-distanze su due ruote e podistiche.

Se puoi sognarlo, puoi farlo!”, diceva così Walt Disney negli anni Ottanta, una frase senza tempo, un leitmotiv per ognuno di noi. Noi, che di sogni ci nutriamo e ne coltiviamo di sempre nuovi e sempre diversi, oltre ogni limite. Probabilmente l’inventore di Topolino sapeva che sarebbero arrivati randagi come noi, viandanti erranti che trasformano i propri sogni in realtà, un’emozione tangibile, un ricordo palpabile, un’immagine indelebile.

Marco sognava di correre la “100km del Passatore”, un’ultramaratona podistica che si snoda tra Firenze e Faenza, tra colli e falsipiani. Randonneur abile e navigato, da anni seguiva la corsa in bici, scorrendo un corridore alla volta, lungo tutto il percorso, immaginando di essere lì tra di loro un giorno, tra quei runners extreme che possono dire di aver portato a termine una delle manifestazioni più affascinanti del panorama podistico. Una battuta, una risata, due amici che si promettono di fare una “cazzata” insieme: lui e Moreno Zorzetto decidono di iniziare a correre a piedi e di iscriversi insieme al Passatore l’anno successivo. Marco non aspettava altro che questo, Marco cercava un pretesto. Marco voleva correre, perché se poteva sognarlo, poteva farlo. Non aveva mai corso a piedi. Se le lunghe distanze in bici erano all’ordine del giorno, le corse a piedi erano ben lontane dalle sue abitudini, ma se poteva sognarlo, poteva anche dimenticarsi per un momento che correre per lui e la sua schiena malandata sarebbe stato deleterio. Non avrebbe dovuto, non avrebbe potuto, sarebbe stato meglio se non l’avesse fatto. Quanti condizionali! Contava un’unica condizione: tagliare il traguardo del Passatore.

È ottobre. Cadono le foglie. Marco inizia a correre i suoi primi chilometri, giusto una manciata due o tre volte a settimana, alternando la corsa con la bici. Il fiato c’è, ma le gambe si ammaccano, si lamentano, fanno male, urlano di dolore. La schiena, non parliamone. Un brusco risveglio per ogni muscolo del suo corpo. “Non fa male! Non fa male!”. Marco è come Rocky Balboa e se il primo giorno ha fatto male, piano piano non lo farà più.

Passa poco più di un mese e corre la sua prima mezza maratona, ventuno chilometri Signore e Signori. Ci avete mai provato? Dopo cinque settimane, Marco riesce a stare sotto i cinque minuti al chilometro ed è gasatissimo per l’ottimo risultato ottenuto in così poco tempo. La strada è quella giusta e non deve mollare. La maratona lo aspetta, la maratona è l’antipasto, è il ponte che lo porta dall’altro lato del podismo, quello serio, quello duro, quello che non perdona nessuna tappa bruciata, quello che se corri male lo senti, eccome, sotto i piedi, nei talloni, sulle spalle. I dolori si inerpicano su per la schiena per rimembrarti che, forse, avresti dovuto andarci piano, forse avresti dovuto fare le cose con cognizione di causa, per gradi, con qualcuno capace di dirti quando stavi esagerando, quando avresti dovuto allentare la presa e mollare il passo. La sua prima maratona salta. Troppi infortuni, uno dietro l’altro. Marco si ferma, si cura, concede alle sue membra uno stop forzato, ma non demorde. Stringe un osso troppo succulento per lasciarlo ad altri e, in bocca, ha l’acquolina di chi non vede l’ora di gustarsi un pasto prelibato. La bramosia, l’avidità, l’ossessione. Quindici giorni dopo, la Maratona di Crevalcore sarà la sua prima e la porterà a casa sontuosamente restando sotto le quattro ore. Gennaio è il momento per allenarsi sulle colline e alla Maratona di Salsomaggiore taglia il traguardo ben venti minuti prima del suo personal best.

I mesi dedicati alla corsa Marco può contarli sulle dita di una mano e ha già all’attivo due maratone. Sapevate che un podista “normale” prepara una maratona in un anno? Marco invece no, ha la Cento del Passatore negli occhi e nel cuore. La vuole correre, la vuole raccontare, vuole farla sua. Continua a correre, continua ad allenarsi, tra disagi e dolori. Si iscrive al trittico di Romagna, di cui la Cento è la ciliegina su di una torta di sacrifici e soddisfazioni. Mancano un paio di mesi al giorno tanto atteso e Marco è preoccupato, deve fermarsi per quindici giorni. Un’altra battuta d’arresto, ma la Maratona del Lamone la chiude in tre ore e quaranta e la 50km di Romagna la appende al medagliere in cinque ore e dieci minuti. Il Passatore è in fondo al tunnel. Sette mesi, tre maratone e un ultra-running, mille chilometri corsi e percorsi. Manca il dessert e fine maggio arriva presto. Fine maggio è l’aut aut. Dentro o fuori. E Marco è “dentro”, ci è cascato con le calze e con le scarpe e non vede l’ora di partire.

Un passo dopo l’altro percorre le strade del suo sogno. Moreno decide che sarebbe stato più interessante partecipare alle Repubbliche Marinare del Ciclofachiro e accantona il progetto. Marco corre da solo ed è una grande festa: il papà lo segue in bici, Graziano Foschi lo sostiene durante il percorso; “Ecco, vedi? La Parigi-Brest-Parigi è più meno così, ma per le biciclette”. Sì, perché la 100km del Passatore non è una gara come le altre. È più un grande viaggio, una randonnée podistica, ne è la prova anche il tempo massimo aumentato a venti ore. I ristori sono tanti, ce n’è uno ogni cinque chilometri ed è una grande festa. La gente si fa trovare a bordo strada, urla, fa il tifo, è lì solo per loro, i grandi eroi di questa impresa massacrante. Siamo a Firenze, ma è come essere a Parigi. È questo clima eccezionale che rende speciale questa corsa, c’è una classifica, è vero, ma la mentalità con cui si affronta il Passatore è più vicina al mondo randagio che a quello agonistico. L’organizzazione è impeccabile, a metà percorso c’è il bag drop, ti puoi cambiare e recuperare qualche energia. C’è chi corre, chi cammina. Ognuno può interpretarla come vuole. I grandi mostri del podismo la percorrono in meno di sette ore. C’è un tizio, un certo Giorgio Calcaterra, che l’ha vinta per dodici anni di fila. Dal 2006 al 2017, il gradino più alto del podio ha avuto inciso il suo nome. Così come un altro signore, conosciuto come Valter di Verona, che ha corso tutte le edizioni, dal ’74 ad oggi, l’ultima superati i novant’anni. Sono tanti i wonder man e le wonder woman che scelgono di fare questa esperienza e Marco se la cava bene, chiudendola sotto le dodici ore. Ha un grande vantaggio: essere un randonneur ti prepara psicologicamente e mentalmente alla sopportazione della fatica, del sonno e della fame. La volontà di ferro che si batte a suon di colpi di martello, rando dopo rando, è il grande valore aggiunto ad una preparazione dura e dolorosa.

Una maratona la prepari per correrla tutta, ma questa no. Spesso è questo che ti frega e la testa salta. E se salta la testa, anche le gambe cedono e poi tutto il resto. La grande forza sta nel darsi traguardi intermedi. “Dai, ancora cinque chilometri”. E poi altri cinque, e altri cinque ancora, che poi diventano cento. Il trucco sta nel distrarsi dai propri turbamenti, dalle proprie preoccupazioni. “Non fa male! Non fa male! Solo altri cinque chilometri”. Un consiglio per chi vuole intraprendere questa avventura? Prepararsi accuratamente, magari seguiti da un preparatore atletico. È fondamentale sapersi gestire e non lasciarsi prendere dallo sconforto, abituarsi alla noia e alla monotonia. Se poi si è esili, con una buona schiena e delle buone ginocchia, tanto meglio. Correre non è per tutti, a quel punto meglio camminare. È troppo facile incappare in infortuni da errori di postura e sovrallenamento. Marco questo lo sa bene. Ha corso tanto, troppo, in poco tempo, ma la sua cento chilometri è andata bene. I primi trenta sono filati lisci, poi i primi acciacchi, la stanchezza. Non c’è tempo per riprendersi o di fare qualche microsonno. Le lancette scorrono. I ristori sono un buon modo per rifocillarsi, ma preferisce non fermarsi, prende qualcosa da mangiare e si reintegra camminando. Non si ferma mai. Il passo della Colla è stato duro, è subentrata la crisi, inasprita dal gran caldo. Marco decide di affrontarla tutta camminando. In cima, il papà e Graziano ad aspettarlo e questo fa tanto, il morale si rialza e si attrezza per il freddo, la notte si avvicina. Correre di notte è magico, tante piccole lucette ciondolanti nella notte. Ricorda Parigi, ancora. Marco sembra sentirsi meglio, ma poi la stanchezza si abbatte ancora su di lui. Dicono che dal chilometro sessantacinque inizi veramente il Passatore. Marco è stanco, ma non molla. Ogni strappo in salita tenta di riposare camminando. Gli ultimi venti chilometri sono stati un calvario. Una brutta vescica si insinua tra le dita del piede destro causandogli un dolore insopportabile, ma correndo il dolore morde meno che camminando. Non importa, la sua testa è là, al traguardo, con la voglia pazzesca di arrivare e di gioire. È questa la sua grande forza, la forza di un randagio, allenato ad adattarsi, a stringere i denti, a non arrendersi mai, a convivere con il dolore e la fatica.

Marco ha raggiunto il suo obiettivo, ha realizzato il suo sogno e lo rifarebbe altre cento volte. È la sfida contro sé stessi, portarsi al proprio limite e superarlo. È questo che ci spinge verso imprese estreme, che sia a piedi o in bici, poco importa. È la conquista dell’impossibile, che improvvisamente diventa possibile e, infine, una bellissima e avvincente storia da raccontare.

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