Libertà estrema

a cura di Ivan Folli

Oh, it’s a mystery to me
We have a greed, with which we have agreed
And you think you have to want more than you need
Until you have it all you won’t be free.
Society, you’re a crazy breed
I hope you’re not lonely without me…


Oh, è un mistero per me
Abbiamo un’avidità, con la quale andiamo d’accordo
E pensi di dover volere più del necessario
e finché non avrai tutto non sarai libero.
Società, sei una razza pazza
Spero che non sarai sola senza di me…


Buonasera da Ivan e ben ritrovati per l’ultimo appuntamento del 2021 sulle frequenze di RandoFreccia.
Vi do il benvenuto accompagnati dalla malinconica chitarra e dalla calda voce di Eddie Vedder, che con la sua “Society”, colonna sonora del film “Into the wild”, introduce l’argomento di questa puntata.
Il pezzo non è scelto a caso perché questa sera parleremo di SuperRandonnée e l’idea che queste prove mi hanno sempre trasmesso, è quella di abbandonare per un paio di giorni il mondo che ci circonda per inoltrarsi in un viaggio selvaggio, estremo e introspettivo nel quale ogni certezza viene meno e dove dovremo ricorrere a ogni goccia di energia, fisica e mentale, per arrivare in fondo.
Una via d’uscita, una via d’entrata, una via di fuga, sicuramente non facile da percorrere.

Parliamo di prove da 600 chilometri, che già di per sé richiedono un certo impegno, ai quali però dobbiamo aggiungere almeno 10.000 metri di dislivello positivo. Il che vuol dire salite, montagne, una dopo l’altra. Spesso, il profilo altimetrico del percorso è una specie di sega dentellata che cerca di tagliarci le gambe e lo spirito.
A rendere ancora più singolari queste prove, è il fatto di non avere alcuna assistenza o ristoro lungo il percorso, ma di essere in completa autosufficienza. Anche le condizioni climatiche hanno il loro peso perché, trattandosi di percorsi di alta montagna, si può ben immaginare quanto il meteo possa essere imprevedibile e avverso in caso di pioggia e freddo. Basta così? Neanche per idea, perché capita anche che lo squinternato di turno decida di cimentarsi in queste prove in completa solitudine. Direte voi ‘Va beh, ma il premio poi se uno ce la fa….’. Mi spiace deludervi amici all’ascolto, ma in linea con lo spirito rando, il più delle volte non ci sono onori o allori, al limite una foto di una faccia scavata dalla fatica con gli occhi luccicanti di gioia.

Allora la domanda vien da sé: perché lanciarsi in queste mattane? Lo chiediamo a Giuseppe Boffi, ospite questa sera negli studi di RandoFreccia. Giuseppe è stato premiato al recente Meeting d’Autunno ARI, per aver portato a termine ben 5 SuperRandonnée nella sua giovane carriera randagia.

  • Ciao Giuseppe e grazie per aver accettato l’invito. Dunque, vorrei provare a capire con il tuo aiuto cosa può spingere una persona a misurarsi in una prova di questo tipo. Ti giro subito la domanda dunque: perché?”
  • Ciao Ivan, io sono nuovo di questo mondo Rando. Pedalo da pochi anni, la mia prima bici, di seconda mano, è di Marzo 2017, ma sono stato subito folgorato dai ‘giri lunghi’. Intere giornate passate in sella nell’Appennino Tosco/Romagnolo. Ad ogni passo in più un signore mi diceva: ‘Beppe tu sei da Randonnée’.
    Così ho iniziato a dare un n’ occhiata al sito ARI: c’era l’imbarazzo della scelta, ma due cose mi hanno indirizzato verso le SR. Prima di tutto l’elevato dislivello. Non sono mai stato un cavallo di razza ma più un mulo da montagna. Alla mancanza di classe cristallina rispondo con una resistenza elevata su tutto: fame, sete, fatica, sonno ecc…
    Il secondo aspetto è più pratico: la maggior parte delle Randonnée si svolgono nel weekend, che per me sono normali giorni lavorativi, mentre le SR le posso gestire a mio piacimento, tempo atmosferico permettendo.
    Alla base di tutto credo ci sia una gran voglia di mettersi alla prova…. Con sé stessi. Non hai rivali o concorrenti, ci sei solo tu con le salite. Mentre pedalo la testa vaga letteralmente dove vuole: spesso penso a mia figlia e a mia moglie, alla natura in tutta la sua forza, ai sacrifici che ho fatto, ad amici o, in generale, sempre a cose positive. La natura ha dei paesaggi che hanno sempre un posto nei miei pensieri
    ”.

Sfida con sé stessi dunque, libertà assoluta e legame con l’ambiente che ci circonda. Credo siano questi i tre elementi principali che emergono dalle tue parole e da queste prove estreme. Sulla sfida con sé stessi potremmo dedicare una puntata di RandoFreccia in futuro, ma ora vorrei soffermarmi sulla sensazione di libertà, difficoltà e legame con la natura che si viene a creare durante una SuperRandonnée.

  • Giuseppe ti va di raccontarci qualche aneddoto in questo senso? Sono certo ne avrai più di uno…
  • D’istinto me ne vengono in mente due: prima SR della mia vita, della Romagna: nella notte poco prima dell’Eremo di Camaldoli, in salita, in pieno bosco, un cervo è rimasto appaiato a me per una decina di metri. La paura iniziale ha lasciato presto il posto allo stupore, poi divenuta gioia e riconoscenza per quell’incontro. L’ altro episodio è stato all’inizio della SR Alpitica: in piena notte fare il Colle delle Finestre, ad una settimana da una fortissima perturbazione che aveva devastato la strada, distrutta già di suo, è un’esperienza al limite della sicurezza. Troppe le volte che ho rischiato di cadere, ma ho stretto i denti e sono arrivato lassù”.

E poi, dopo una salita, c’è sempre una discesa ad attenderci. Emozioni forti e insidie da superare quindi: si sa che la natura può essere tanto appagante, quanto metterci in difficoltà, o in questo caso meglio dire il bastone tra le ruote. Un ruolo fondamentale lo gioca la testa in queste situazioni, anche se non dovremmo mai dimenticare che madre natura è più grande e più forte di noi. Per questo va sempre rispettata.
Dunque, provate a immaginare ora una persona, completamente sola, nel buio più tetro, a fare una fatica bestiale su e giù per le montagne. Viene logico pensare che ci siano momenti di difficoltà, attimi nei qual la tua testa ti dice ‘Adesso basta’.

  • Ce ne vuoi parlare Giuseppe?”
  • Non c’ è stato, almeno fino ad oggi, un momento in cui ho pensato: ‘ok, mollo, basta!’. Ma momenti di sconforto sì, diversi e uno lo ricordo bene: SR Alpitica, ero partito prima della mezzanotte di venerdì e pedalato fino alla sera successiva. Ero stanchissimo, non dormivo da una quarantina d’ ore. Ai piedi del Col de la Madeleine mi fermai per dormire. Alle 2.00, orario della sveglia, diluviava. Lì veramente mi era preso lo sconforto. Consultai il meteo e non dava più pioggia. Mi riaddormentai per un’oretta, poi risalii in bici. Nel bosco, degli alberi cadevano goccioloni ma almeno non pioveva più. Ricordo che non osavo guardare in alto per vedere se c’erano le stelle…

Per dovere di cronaca va detto che Giuseppe riuscì a superare le difficoltà e portare a termine nei tempi stabiliti, quell’impresa personale. Finalmente uscì a riveder le stelle.

Un viaggio primordiale nel mondo attorno a noi e in quello che abbiamo dentro, forse le SuperRandonnée sono un po’ entrambe le cose: il fisico viene messo alla berlina dalle continue salite, l’animo dal logorio della solitudine, della fame, della mancanza di sonno. Ma paradossalmente è proprio quello cerchiamo: non per gloria, non per onore, non per denaro, non per essere migliori di qualcuno, ma per dimostrare qualcosa a noi stessi, per trovarci nel bel mezzo di un immenso nulla, lasciarselo alle spalle e fare orgogliosamente ritorno a casa.

…Col sangue sulle mani scalerò tutte le vette
Voglio arrivare dove l’occhio umano si interrompe
Per imparare a perdonare tutte le mie colpe
Perché anche gli angeli, a volte, han paura della morte
Che mi è rimasto un foglio in mano e mezza sigaretta
Corriamo via da chi c’ha troppa sete di vendetta
Da questa Terra ferma perché ormai la sento stretta
Ieri ero quiete perché oggi sarò la tempesta…

(Torna a casa – Maneskin)

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