UNA CHIACCHIERATA CON ANGELA ZIZZA, CAPITANA DELLA NAZIONALE ITALIANA RANDONNEUR

A cura di Cinzia Vecchi

L’occasione di questa chiacchierata è data dalla recente uscita del libro “24 Storie di Bici” di A. Schepisi e P. Romio – ed. Il Sole24 Ore nonché dalla presentazione del medesimo a Montalcino, in occasione de “L’Eroica Montalcino”.

Il libro raccoglie storie di personaggi che “hanno fatto delle due ruote la loro scelta di vita”. E, così, accanto a Pinar Pinzuti, Norma Gimondi, Mila Brollo e Paola Pezzo, solo per citarne alcune, troviamo anche Angela. Conoscendo la sua riservatezza, quasi ritrosia ad apparire, la cosa mi coglie con un misto di sorpresa e compiacimento. Sì, perché chi conosce la storia ciclistica di Angela, sa che il suo posto è proprio lì, tra i protagonisti di quel libro.

  • Allora Angela, come è iniziata la tua storia con la bici? Se non sbaglio, come molti di noi randagi e randagie, sei arrivata a praticare il ciclismo relativamente tardi.
  • Sì, ho iniziato intorno ai 40 anni e ci sono arrivata per caso. Avevo rimediato un infortunio a sciare e il medico mi consigliò la bicicletta per rinforzare i muscoli. Nella mia prima uscita pedalai per 10 km e rimasi folgorata! Ricordo che feci una fatica micidiale ma mi dissi: “ma che cosa è la bicicletta?!?” E da lì  ho mollato lo sci e non sono più scesa dalla bici.
  • Da quei primi 10 km è nata una storia ciclistica importante. Hai perseguito e raggiunto tanti obbiettivi e traguardi.
  • E’ vero, a forza di pedalare ho accumulato tanti trofei “inesistenti”, ma ce li ho tutti nel cuore e li porterò con me finché pedalerò. Come ho cercato di trasmettere durante la presentazione del libro a teatro, la cosa a cui tengo di più e che vorrei far capire è come la bici sia terapeutica per me. Come tanti ho iniziato con le granfondo ma le ho, poi, mollate in fretta: pedalare a testa bassa, l’agonismo esasperato, erano cose che non facevano per me. In quegli anni ho conosciuto Lorenzo Borelli (tra i fondatori di ARI n.d.r.), mi incuriosì molto l’impresa della Bergamo – Roma e, così iniziai a pedalare con lui. Ricordo che cominciammo con il giro del Lago di Garda, i miei primi 150 km in bici. Eravamo a circa ¾ del percorso, non accusavo problemi e/o dolori alle gambe; mi resi conto che non perdevo lucidità e non mi lamentavo. Ad un certo punto Lorenzo mi disse: “Sai Angela che tu sei nata fare lunghe distanze”. Lorenzo mi ha incoraggiato, è stato il mentore in quel momento e anche dopo, ed è fondamentale incontrare persone come Lorenzo per entrare nel mondo delle randonnee, per appassionarsi alle lunghe distanze.
  • E così ti sei ritrovata a fare le randonnée!
  • Sì, ho cominciato nel 2003 a fare i brevetti. Ricordo le trasferte in Piemonte dove c’era il primo organizzatore delle randonnee in Italia: Daoliodi Carmagnola.
  • E da quel 2003 sei diventata la “regina” della Parigi Brest Parigi: unica donna in Italia ad avere partecipato e portato a termine cinque Parigi Brest Parigi consecutive. Cosa è per te, Angela, la PBP?
  • La PBP è pedalare in Francia, il rispetto per i ciclisti, il calore della gente. Guarda, ti racconto un episodio della PBP del 2011, per farti capire cosa è la bici per i francesi. In quella edizione ho pedalato gli ultimi 200 km con un bretone, abbiamo chiacchierato ci siamo raccontati tante cose ed episodi legati alla bici. Giunti al traguardo ha voluto che facessimo una foto insieme e, poi, mettendosi  una mano sul cuore mi ha detto: per noi il ciclismo è una religione! E’ l’atmosfera che è unica alla PBP. L’ultima edizione l’ho passata fermandomi in ogni paese da tutti,  e ho quasi rischiato di arrivare fuori tempo. Questa era una modalità che mi mancava di pedalare la PBP. La prima edizione, nel 2003, l’ho pedalata in gruppo, la seconda con Stefano (mio marito) e con Lorenzo Borelli; la terza edizione, quella del 2011, l’ho fatta di corsa (ho impiegato 72 ore) perché Stefano si era rotto una spalla e dovevo arrivare velocemente al traguardo. E’ la bellezza della Bretagna che ispira a pedalare: le case, le distese di erika prima di arrivare a Brest, un paesaggio quasi inglese. E’ difficile dire basta alla PBP; nel 2023 non so se ce la farò ancora a pedalarla. Questo anno pandemico è stato pesante, mi sento cinque anni in più addosso, mi ha segnato tanto. Ma son sicura che, il prossimo anno, ricomincerò con la smania dei brevetti.
  • Il prossimo anno bisogna riprendere la maglia della nazionale
  • Vediamo…(secondo me ci sta già pensando n.d.r.)
  • Al di là della PBP qual è la randonnée che più ti è piaciuta, quella che metteresti al primo posto?
  • Per me la regina delle rando è la Londra – Edimburgo Londra. Un giorno un amico mi disse: “si è davvero randonneur quando si è fatta la LEL”. E così fu. Partecipa nel 2009, l’edizione forse più piovosa di tutte. Per riassumerla in un aggettivo: spettacolare! Senza tecnologia GPS, senza indicazioni, avevamo solo un road book, conoscevamo poco l’inglese: Stefano leggeva le indicazione e io guardavo il contachilometri: a 1,5 km vai diritto, oppure gira a destra o a sinistra…beh non abbiamo sbagliato nulla. Poi, se parleremo dell’Eroica ti racconterò un episodio che mi capitò alla LEL.
  • Il viaggio è un altro aspetto della tua storia ciclistica, quasi una naturale evoluzione delle randonnée
  • Ho pedalato in Africa, in Giappone, ho attraversato la Patagonia e ho altri progetti se la pandemia lo permetterà. E’ una dimensione diversa rispetto alle randonnée, è come nei trail che tanto stanno prendendo piede. Ha un percorso da seguire ma non hai l’assillo dei tempi. E’ davvero una dimensione di libertà. E sì dalle randonnée al viaggio il passo è breve; mi è capitato, in questi anni, partecipando ad alcuni trail, di incontrare diversi randonneur della prima ora che dopo avere praticato per anni le randonnée sono passati ai trail e al viaggio.
  • E, poi, c’è L’Eroica dove sei una presenza pressoché fissa, hai al tuo attivo ben 10 partecipazioni.
  • L’Eroica è un altro bell’aspetto della bici che ti riporta indietro nel tempo. Ho una bicicletta che risale al 1950, un cancello con le ruote, perfetta per l’Eroica; una bici francese da cicloturismo, molto confortevole nonostante sia risalente nel tempo. L’Eroica l’ho fatta anche in mtb, ma mi son distrutta. All’Eroica ci sono arrivata perché, originariamente,  era un brevetto Audax. Rappresentava il modo migliore di chiudere l’anno ciclistico. Ne ho fatte 10 edizioni. I primi anni il percorso non era permanente, cambiava ogni volta e abbiamo affrontato percorsi più difficili rispetto a quello attuale. L’Eroica è pedalare  in una cartolina. Da subito mi sono innamorata di quella manifestazione. Sono diventata anche volontaria, nelle prime edizioni con Luca Bonechi  preparavamo i cartelli, provvedevamo alle iscrizioni. Era una manifestazione fatto in casa; i partecipanti, a quelle prime edizioni, erano alcune centinaia, non migliaia come ora. Infatti, adesso è necessaria una macchina organizzativa professionale. La bellezza dell’Eroica sta nei ciclisti che vengono da tutto il mondo. E quanto sia sentita anche all’estero te lo racconto attraverso un episodio successo alla LEL nel 2009. Indossavo un cappellino dell’eroica (bianco); lungo il percorso della LEl incontrai John, era il super randonneur britannico (quello che fa più km in un anno). Era un vero e proprio personaggio, partecipava a tutte le principali randonnée nel mondo (PBP, LEL, 1001 Miglia), partiva sempre da casa in bici per parteciparvi (pensa è andato anche in Russia per pedalare) e studiava sempre la lingua del posto per farsi capire un minimo. Ecco, John quando ha visto il cappellino l’ha subito riconosciuto e io gliel’ho regalato. Per lui è stato come se gli avessi regalato chissà che cosa! Questo per farti capire quale fenomeno sia l’Eroica. E pensa che eravamo nel 2009, e non faceva sicuramente i numeri che fa ora. Però era già una manifestazione conosciuta e riconosciuta a livello mondiale.
  • Alla vigilia della PBP del 2019 sei stata investita della carica di Capitana della Nazionale Italiana Randonneur. A mio parere è stato un passaggio importante in ARI, ha significato riconoscere appieno la crescente presenza delle donne nel mondo delle randonnée. Ne convieni?
  • Come  mi disse Luca Bonechi quasi un Oscar alla carriera. Va benissimo, lo prendo come Oscar alla carriera: 5 PBP, 4 1001 Miglia, una LEL; ho pedalato Africa, Giappone, ho attraversato la Patagonia. Come ti ho già detto non mi piace apparire, non sono nemmeno sui social, ma penso che la mia storia ciclistica parli da sola. E sì è stato un bel riconoscimento per la crescita della presenza femminile nel mondo randonnee. E questo è avvenuto anche all’interno della governance. Ci sei tu (io Cinzia Vecchi) che sei stata la prima donna ad entrare. Poi è arrivata Marina Dionisi, e spero ne verranno altre, ci son tante donne che meritano nel nostro mondo. Comunque fa presto arrivare il 2023 e anche a cambiare capitana. Non sono cariche a vita, e ci sono tante altre randagie che possono diventare capitane della nazionale. Ti racconto un episodio per significarti come son cambiate le cose anche nel nostro mondo. Anni fa, erano i primi brevetti, mi è capitato di pedalare in Calabria, ed ero l’unica donna in mezzo a 50 ciclisti. Ecco mi guardavano con stupore. E ancora più stupore destava la mia pedalata agile. Molti erano ancora abituati a pedalare duro; ricordo che  il percorso era il Giro di Calabria di quando si correva ancora il giro delle regioni. All’epoca si disegnavano i percorsi delle randonnee sulle classiche dei professionisti. Ricordo che dovevamo passare dalla costa tirrenica a quella alla jonica c’era un gran vento contrario, dovevamo arrivare a Reggio Calabria, quelli che pedalavano duro si ritirarono tutti. Io, unica donna, e che pedalava agile agile arrivai tranquillamente al traguardo!
  • Ultima o penultima domanda, cosa diresti ad una ragazza che si avvicina alla bici per la prima volta?
  • Le direi di insistere e di non scoraggiarsi ma, soprattutto, di prendere la bici come una espressione di libertà totale dove sei tu a decidere dove andare e come pedalare. Io, ad esempio, pedalo volentieri da sola nelle lunghe distanze per gestirmi meglio. Con il gruppo ebbi problemi, e piano piano mi sono sfilata. Non si è quasi mai soli quando si pedala, si trova sempre qualcuno con cui pedalare, senza contratti. Ti racconto un episodio che mi capitò ad una Eroica, per farti capire quanto sia importante non lasciarsi scoraggiare e quanto possano darti una mano i compagni di strada incontrati casualmente: vedemmo una fontana, io e Stefano ci fermammo. C’era un ciclista fermo, in crisi nera, sentiamo che telefona alla moglie per farsi venire a prendere. Considera che mancavano 50 km dall’arrivo. Allora gli è chiesto se aveva dei problemi e lui mi rispose: “no, nun ce la fò più” . A quel punto gli dissi: “Ma sei matto? Molli proprio adesso? Dai, metti via il telefono che arriviamo assieme”. Ecco, in quel momento, gli ho fatto scattare la molla, è ripartito con noi ed è arrivato al traguardo. Tra l’altro è tesserato alla Bulletta, la squadra dove sono tesserata io. Abbiamo poche occasioni per vederci; lui ha un agriturismo, e fa l’accompagnatore di escursioni in bici, porta i suoi clienti sulle strade dell’Eroica e gli racconta sempre questo aneddoto e di me che gli ho aperto un mondo facendogli capire che quando non c’è più la gamba ma c’è la testa  si pedala con quella. Puoi allenarti quanto vuoi ma la gamba finisce sempre pima nelle lunghe distanze. E a proposito di pedalare con la testa ti racconto della mia 1001 Miglia del 2012. Come ricorderai, quell’anno, esattamente il 29 maggio, il terremoto colpì duramente i paesi della bassa modenese. Io vivevo e vivo tutt’ora in un comune colpito pesantemente. Persi il lavoro perché l’azienda dove ero impiegata dovette chiudere proprio a causa del terremoto; le prospettive che avevo erano nerissime: dove trovo un lavoro a 52 anni? In quel periodo pedalavo tutti i giorni in bici, per andare a trovare i parenti; molte strade erano chiuse al traffico veicolare, c’erano tante interruzioni. Giravo in bici anche perché mi sentivo più vicina al mio territorio così ferito. In quella situazione non ho partecipato a randonnée, né ho fatto lunghe distanze. Però a fine luglio chiamai Fermo Rigamonti e gli chiesi se potevo partecipare alla 1001 Miglia. Sapevo che sarei peggio di quello che stavo  se non avessi potuto partecipare (tra l’altro non c’era l’obbligo dei brevetti per potersi iscrivere). Fermo mi disse che certamente potevo andare, c’era ancora posto. Quella 1001 Miglia l’ho pedalata tutta da sola, l’ho vissuta come se dovessi andare via da qualcosa, non per arrivare al traguardo. Avevo poche ore nelle gambe, ho sofferto, però l’ho fatta, ed ho realizzato un’impresa che mi ha dato tanto morale per muovermi e cercare un nuovo lavoro.  In bicicletta riesco a mettere a posto tante cose nella testa, è un mezzo che ispira tanto; quando sono incasinata mi prendo su e vado in bici. A volte torno che ho sistemato, altre no ma sto meglio – vedo le cose in modo diverso – il mondo visto attraverso la bicicletta è diverso. Ma anche la gente che incontri sembra che ti riservi un trattamento speciale. Se tu arrivi in bici (o anche a piedi) ispiri fiducia, è come se arrivassi in pace e trovi un’accoglienza particolare, e non solo suscitata dall’ammirazione per ciò che stai facendo (anche se poi c’è anche quella). Nel 2003, le mie prime notturne, se ne vedevano pochi di ciclisti in giro di notte, ricordo un’auto che accostò e gli occupanti ci chiesero cosa stessimo facendo. Spiegammo loro, e ci  prendemmo tanti complimenti. Alla 1001 Miglia del 2012, un’estate caldissima (45 gradi in Umbria!), mi fermavo a riposare durante il pomeriggio e pedalavo di notte. Ricordo che ero in Liguria, saranno state le 2 o le 3 di notte, non c’erano fontane, eravamo nell’entroterra, non avevo più acqua; ad un certo punto vedo un signore che camminava e stava fumando, mi son detta che, probabilmente, era uno del luogo uscito a prendere il fresco. Mi sono avvicinata e gli ho chiesto se mi poteva indicare dove trovare dell’acqua. Vedendomi è rimasto un po’ perplesso, basito, ma con la mano mi ha allungato una bottiglietta d’acqua ancora sigillata. Gli ho detto che non volevo la sua acqua. Ma lui ha insistito e  mi ha chiesto cosa stavo facendo, gli ho spiegato della 1001 Miglia e mi son presa i suoi complimenti. E queste son cose che ti danno coraggio, ti muovono l’adrenalina.
  • Per concludere, come è stato partecipare alla presentazione del libro “24 Storie di Bici”?  
  •  Come sai io non amo molto espormi, tanto che mi tengo anche alla larga da tutti i social. Quello che è diventato il capitolo dove sono protagonista, era nato come un’intervista per il programma “A Ruota Libera” condotto, su Radio24, da Alessandra Schepisi. Poi è entrato a far parte del libro, con tanto di foto scattata da Luigi Candeli, randagio modenese, all’Eroica del 2011 dove mi era stato assegnato il pettorale n. 1. Quando mi hanno invitata alla presentazione, al teatro di Montalcino, per raccontare della mia storia son quasi stata male tanto ero preoccupatissima. Poi è sopraggiunta la consapevolezza che stavo facendo una cosa importante, legata al mio mondo, alla bicicletta. Alla fine ho ricevuto i complimenti degli autori del libro per quello che ho raccontato e per come lo ho raccontato.

Questo è il mondo di Angela e il suo modo di intendere la bicicletta.

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