LE RANDO IERI E OGGI

A cura di Mariano Simonato

Il mondo dei randonneurs italiani è ancora un movimento relativamente giovane. E’ passato poco più di un ventennio dalla nascita di questo movimento quasi anarchico di vivere la bicicletta. Conoscere un minimo di storia dell’attività randagia, è necessario per capire al meglio il significato delle randonnée e dei vari risvolti che questa attività ciclistica di lunga distanza racchiude in se.

Vent’anni possono essere pochi ma in questo lasco di tempo sono mutate moltissime cose in seno al mondo randagio. Le prime randonnée, si vivevano con uno spirito pioneristico, una continua scoperta, erano le prime prove di lunghissime distanze e a parte noi vecchi pedalatori che in qualche modo avevamo anticipato i tempi, confrontarsi con giorni di sella continui, era qualcosa di diverso che portava a una giusta preoccupazione sul come comportarsi per non ferirsi troppo nel fisico e nella mente.

Giorni passati a dividere il giorno dalla notte restando sempre in sella alla bici, vedere albe e tramonti in diretta senza soluzione di continuità, fare i conti con abbigliamento, biciclette e materiali tecnici che non erano quelli attuali. Dei veri stakanovisti della bicicletta, solo l’entusiasmo e la passione potevano fare il miracolo per resistere e non mollare.

Sicuramente adesso le bici sono migliorate di molto, più leggere, rapporti più agili e direi anche geometrie più studiate per restare in sella per ore e ore. Poi, tutto questo potrebbe anche essere soggettivo visto che le “vecchie” biciclette in acciaio sono ancora abbastanza nei cuori dei randonneurs datati. Resta il fatto che di sempre uguale esistono i km da percorrere, la fatica e le emozioni/sensazioni che si provano sono le stesse di prima, la voglia di riscoprirsi eterni fanciulli è quel qualcosa di meraviglioso che ogni volta riesce a stupire dentro. Una magia che si rinnova, un eterno viaggio interiore che regala un senso di invincibile integrità ciclistica.

Ecco; alla solita domanda del perché ci si “consuma” con queste trasandate fatiche, la risposta rimane sempre quella: perché è troppo bello riuscire a stupirsi sempre per un semplice giro in bici che riesce a liberarti dall’angoscia della vita moderna. Noi randonneurs, siamo cavalieri senza tempo, i principi del nulla dice qualcuno, perché nulla si vince ma tanto si vive in una diversità e umiltà che quasi riesce a far male. A quei ormai lontani tempi vigeva più di adesso l’arte di arrangiarsi, già trovare le giuste strade nei primi road book, era impresa non da poco. Mi ricordo che in una 600km valida per la qualificazione alla PBP del 2003, ho passato qualche ora notturna in un disperso paesino del Piemonte per raccapezzarmi sulla giusta via da seguire. Bellissimi ricordi e qualche decennio sulla groppa in meno.

Di sicuro, e lo dico con franchezza e convinzione certa, una modernità che apprezzo in pieno, sono i file GPS del percorso. Una grossa rogna in meno che non scalfisce minimamente l’impresa e il sogno di portare a termine una lunga randonnée.

Già, le randonnée, di vari km e di varie difficoltà. A mio modo di vedere, che resta sempre soggettivo, una vera randonnée deve possedere almeno una notte per essere considerata tale. Diciamo per semplificare dai 400km in poi. Ovviamente, la regina delle randonnée, resta sempre la mitica PBP, vuoi per la sua lunga storia, per il suo immutato fascino, per la sua resistenza a quel medico che si chiama tempo e che tutto vuole mutare, ma soprattutto per i strani personaggi che si incontrano in quelle quasi lugubri strade della Bretagna. Un paesaggio quasi monotono, specialmente nelle giornate grigie e gonfie di pioggia, quelle alte croci di cemento presenti accanto ai cimiteri, sentinelle mute quasi a presagire la brevità della vita. Poi, Brest, un sogno e una meta a metà, con le sue albe nebbiose e fredde ricche di ciclisti che vanno e ritornano come fantasmi nascosti nell’ombra per sfuggire al sonno che sempre tradisce. Un meraviglioso viaggio nella storia ciclistica randagia che magicamente ogni quattro anni rivive come per magia e sogno.

Negli ultimi anni sono nate molte altre randonnée. Di tutti i tipi, per tutti i gusti e per tutte le fatiche. A mio modo di vedere si è anche un tantino esagerato come impegno fisico. Le troppe montagne portano ad altimetrie esagerate, la troppa fatica e un impegno fisico all’estremo, deviano dal gustarsi le bellezze dei percorsi, le sensazioni si trasformano in tribolazioni e tutto perde il fascino naturale che solo l’integrità fisica e mentale possono regalare. Certo, resta la grande impresa, la superazione dei propri limiti, ma noi uomini, essendo una miniera di limiti, avremo sempre dei limiti da superare e la storia sarebbe una storia mai finita. Tanto vale arrendersi, coltivare l’arte di accontentarsi perché poi, sarà il tempo inesorabile a presentare come un cameriere il conto. Siamo umani, forti ma anche deboli, usando l’intelletto (la virtù più importante), si capiscono le proprie debolezze e i propri limiti, solo così il nostro “motore” da diesel di lunghe distanze potrà resistere di più ai segni del tempo. Più in alto si vola e più male farà il tonfo quando inevitabilmente ciò accadrà.

E’ anche vero che la vita è adesso, ma lo sarà anche in futuro se vivremo un presente per avere un futuro.

Come dicevo, sono passati almeno due decenni fitti di randonnée. È cambiato molto da allora, molte randonnée ormai hanno servizi da gran fondo, forse lo spirito randagio si è affievolito, forse nel calendario ci sono troppe 200km che poco hanno da spartire con le vere randonnée. Capisco chi organizza, i numeri hanno la loro importanza. Creare dei percorsi di lungo respiro non è facile specialmente se si vogliono mantenere servizi di un certo livello per i partecipanti. Esiste poi la burocrazia che nel nostro paese è spinta agli estremi quando si organizza. Le inutili complicazioni complicano la vita facendo scemare anche la passione. In Ungheria, nei due brevetti di 1200km e 1400km (brevetti BRM), fatti nel 2013 e nel 2014, nessuna complicazione per visite mediche e tessere. Magari lì, sono anche troppo di manica larga, ma credere che solo noi italiani siamo bravi e sulla giusta strada organizzativa lo trovo molto presuntuoso. La stessa PBP, nelle ultime edizioni ha allentato tutte le assurdità che prima erano comandamenti. Che poi, non vengano a raccontare che gli ottantenni francesi che prendono il via della prova parigina siano tutti atleti con il certificato medico agonistico.

Detto questo, sono il primo che raccomanda una seria visita sportiva di idoneità ogni anno, ma essendo fondamentalmente onesto e scrupoloso delle vigenti leggi e disposizioni italiche, tenendo anche conto che i certificati di idoneità alla pratica del ciclismo agonistico, sono firmati da medici regolarmente iscritti all’album regionale, e che il tutto poi, viene trasmesso alle ULSS di residenza, trovo fuori luogo che i certificati debbano essere registrati in Data Healt. La vedo solo come una manovra italiana per far vedere che noi siamo sempre i più bravi in tutto. Scusate la vena marcatamente polemica, ma mai sarò un allineato delle cose inutili.

Tornando alle randonnée, credo che a questo punto, i brevetti permanenti prenderanno sempre più piede per la loro semplicità e facilità di gestione organizzativa. Ormai nel ciclismo randagio stanno entrando le nuove generazioni, credo ci sia un grande serbatoio ancora inesplorato e la potenzialità del movimento abbia ancora margini di crescita. Sono sempre più i ciclisti stanchi del solo agonismo, magari a una certa età, quando la competitività tende a scemare, molti scoprono le randonnée che possono diventare un gancio in mezzo al cielo a patto che tralasciate le iniziali velleità, si capisca la vera identità dello spirito che sorregge questo modo di viaggiare in bicicletta.

Il tempo è passato, tutto oggi sembra più facile, più raggiungibile, ma la fatica resta sempre quella, la forza della mente è un obbligo da coltivare con calma, un tesoro da cui attingere le energie nei momenti di inevitabili crisi.

Diventerà un’arte ciclistica di sopravvivenza diventare un vero randonneur, sapersi destreggiare nelle varie situazioni.

In fin dei conti, il vero randagio è mezzo uomo e mezzo animale, altrimenti non potrebbe sopportare il sonno, il caldo, il freddo, la pioggia, la fatica e a volte la disperazione quando tutto sembra perduto. Poi, diciamoci la verità; alle volte, puzziamo come caproni nei lunghi sogni ciclistici che ci concediamo.

Alla fine, tutto avrà una fine e tutto diverrà solo ricordo. Il destino umano è questo, non bisogna mai dimenticarlo per non ferirsi troppo di illusioni. Nessuno è immortale e nessuno al mondo è indispensabile. Restare sempre umili è l’unica via per vivere veramente anche nel nostro mondo randagio. Forse per me è arrivato il fatidico viale del tramonto per fare ancora il randagio a pieno regime, strada facendo vedremo, il famoso gancio in mezzo al cielo, non sempre è disponibile.

Buona strada a tutti, una strada fatta di sogno che molte volte diviene realtà.

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