I SIGNORI DEL CICLISMO

Il primo randonneurs fa parte di una “storia d’altri tempi, di prima del motore, quando si correva per rabbia o per amore..” Le parole di Francesco De Gregori dicono tutto del nostro modo di vedere la bicicletta. E per le immagini, voglio citare quel Forrest Gump che si è messo a correre fino al confine della contea di Greenbow e ha continuato a correre per anni tra un oceano e l’altro. Spontaneo, ostinato, forte, caparbio, inafferrabile e magari un po’ stupido. Il movimento dei randonneurs è Forrest Gump. E come lui, ad un certo punto, si è voltato e ha trovato una folla che lo esaltava, lo venerava e trovava significati in lui a cui lui stesso non aveva pensato:  aveva solo voglia di correre. La corsa di Forrest Gump continua ancora oggi; lo spirito randagio non è ancora stanco, ma le persone che lo hanno adottato sono diventate tante e spesso assai diverse.

Il movimento è cresciuto e Ari si è fatta in quattro per preservare quello spirito, pur consapevole che correre selvaggi come Forrest non è forse più possibile. Oggi siamo in tanti, centinaia, migliaia, e sentirsi lontani dal mondo diventa  arduo.

Il mondo è cambiato. Ora ci sono le gravel e i campionati gravel, i brevetti permanenti (questi sconosciuti), le super randonnée degli Elite, il bike packing con i suoi contorni sfumati, l’everesting per chi vuole fare i solchi nella strada, le ultracycling per gli irriducibili agonisti, le challenge sulle salite dei romantici d’altura e persino le prove virtuali per i più digitali.. 

Il mondo è cambiato. Nel nord Italia spuntano manifestazioni che vogliono entrare in Ari e manifestazioni che “mai con Ari”. Ci sono quelli che stanno con Ari finchè gli fa comodo e quelli che dicono che vorrebbero il divorzio, ma poi non lo chiedono perché la pappa pronta è assai comoda. Quelli con due facce e molte scarpe per un piede solo. Ci sono, vivaddio, anche quelli che passano la notte pensando a come migliorare le cose.

Il mondo è cambiato. Al sud, il movimento rando è diventato quasi più forte che al nord. Nelle tante specialità del ciclismo, è la prima volta che il sud cresce così tanto e diventa paragonabile al fratellino settentrionale. 

Il mondo, dicevo, è cambiato. Le granfondo scoprono che più della matà dei loro partecipanti (e forse anche di più) è un randonneur senza sapere di esserlo. Viaggiano nelle retrovie, fanno le foto e sbranano i ristori, che neanche le cavallette…  All’estero, le granfondo hanno la partenza alla francese ormai da anni e tra poco, vedrai, se ne accorgeranno anche da noi. A quel punto le granfondo assomiglieranno alle randonnée. Così come ci sono delle manifestazioni chiamate “randonnée” con parti cronometrate, che le rendono assai simili alle granfondo. 

Il mondo, infine, è davvero cambiato. La Federazione Ciclistica fa i campionati di randonnée e alcune  ciclopedalate sono ricche di pacchi gara e povere di randagi. Ci sono manifestazioni che sembrano randonnée, ma non lo sono, o forse si, ma credo di no, o non lo so… ci devo pensare.

Di fronte a questo arcipelago di alternative e barbariche invasioni di campo, noi randagi dobbiamo fare una sola cosa: dobbiamo affermare la nostra identità. Dobbiamo avere bene presente quello che siamo e quello che vogliamo essere. Noi siamo i ciclisti che non hanno fretta, che non desiderano mettere la propria ruota davanti agli altri; quelli che considerano il ciclista al nostro fianco un compagno di viaggio e non un avversario. Siamo quelli che pedalano di notte, nel silenzio e nell’umidità dell’alba. Quelli che dormono una manciata di minuti su una panchina o dentro un bancomat. Quelli che pedalano per centinaia di chilometri senza chiedere niente.

Sono molto perplesso quando sento che le randonnée sono diventate come le granfondo; a parte che, oggettivamente, non è così e dedicherò uno dei prossimi articoli a questo argomento, ma soprattutto voglio affermare con tutta la mia forza che le randonnée sono come noi le vogliamo. Siamo noi a decidere come devono essere le nostre rando. Se ci sono cose che non vanno bene, ci si impegna per correggere il tiro. C’è chi costruisce e chi distrugge. Decidi con chi vuoi stare. Se te ne vai, contribuisci a demolire quello che di buono altri hanno fatto. Detesto il qualunquismo, il pessimismo, il disfattismo e quell’atteggiamento da guru che certi personaggi hanno assunto, sentenziando su tutto e guardando tutti dall’alto in basso. I fatti devono parlare: delle parole non ce ne facciamo niente. Servono persone con le palle e non i santoni.

Un giorno, un vecchio lupo di mare di nome Giancarlo Concin mi disse: i randonneurs sono i “signori del ciclismo” perché non perdono mai la pazienza, non pretendono niente e ringraziano sempre per quello che ricevono. Era una persona per bene e ciò che ha detto è molto nobile. Dobbiamo essere nobili anche noi, segnamocelo.

C’è una nobiltà in tutto questo a dispetto del nostro aspetto che è mille volte meno accattivante degli agonisti, sempre tirati a lucido. Siamo lenti, pesanti e impacciati sui nostri mezzi coperti di luci e di borse. Perché noi siamo quelli che vengono da lontano, “che te lo dico a fare?”. Ognuno di noi è tutto questo e ognuno di noi lo afferma ogni volta che pedala dove e quando nessun altro ciclista pedalerebbe. I randagi sono così. Forrest Gump era un randagio. Quelli che si unirono a lui, non tutti lo erano.

Il merito di Ari è stato quello di fare gruppo e sdoganare questo nuovo ciclismo, antico al tempo stesso, e farlo diventare una realtà per tanti. Inutile perdersi nella nostalgia di quando eravamo quattro amici al bar. Ora il movimento è riconosciuto da tutti. Non è più una condizione privata di pochi. Da un modo di diverso di pensare, intimo e personale, è diventato un manifesto alla luce del sole. Il passaggio è delicatissimo perché quando prendi una cosa intima e la fai uscire all’aria aperta, rischi di intaccarne la sua integrità. Rischi di confondere l’intenzione col risultato. Sta a noi, ora, preservare quello spirito e dire con forza che noi siamo quelli che fanno infiniti chilometri, ma senza cronometro. Se è vero che siamo i Signori del Ciclismo, mai come ora è il momento di puntare i piedi e far sapere a tutti chi siamo.

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