ALDO MANGIONE: IL RANDAGIO POLIEDRICO

A cura di Barbara Toscano, foto di Fabio Coppi

La Parigi-Brest-Parigi è amore, è passione, è festa. Un evento unico che riunisce ciclisti provenienti da ogni parte del mondo, li abbraccia, li coccola e li traghetta per 1200 chilometri tra applausi, abbracci e sorrisi di grandi e piccini. Aldo Mangione è un fedelissimo, estroso ed infaticabile, all’eterna ricerca di un tocco di originalità. Se siete italiani non chiedetegli di pedalare con voi a Parigi, perché Aldo in quelle 90 ore è cittadino del mondo e ama gustarsi incontri multietnici e discorsi poliglotti, oltre che condividere la strada con i personaggi più singolari. Lui stesso ne è un interprete d’eccezione: dal 2007 porta a Parigi il suo contributo e attraversa la Bretagna ogni volta con una bicicletta speciale.

In sella alla Moulton, alla Brompton e alla bici militare svizzera

“Riuscire ad arrivare in fondo alla Parigi-Brest-Parigi non è un’impresa impossibile per chi, come noi, è abituato ed allenato a pedalare per lunghe distanze. Io ho scelto di portare il mio contributo e ogni quattro anni mi presento con una bici diversa, particolare per caratteristiche e per significato. È questa la vera sfida per me: conquistare la madre di tutte le randonnée in sella ad una delle mie biciclette speciali.”

Velomobili, reclinate, handbike, pieghevoli, fatbike, storiche. Un viaggio che pare un expo dei cicli più bizzarri e, tra i randagi più intraprendenti, c’è Aldo che ad oggi ha collezionato ben quattro edizioni, mai due volte in sella alla stessa bicicletta. Alla sua “prima” partecipò con la sua bici in alluminio, poi in sella ad una bici militare svizzera del ’59, una pieghevole Brompton ed una scatto fisso. Ognuna di queste bici lo ha traghettato dall’inizio alla fine nel suo viaggio, non senza fatica, imprevisti, guasti ed intoppi, ma ognuna porta con sé ricordi ed emozioni indimenticabili che custodirà sempre nel cuore.

“Sono una persona che osserva molto e la mia prima volta a Parigi mi ha aperto gli occhi. Ho capito che esistono un milione di modi diversi di vivere ed interpretare il ciclismo e me ne sono innamorato.”

Una mattina lungo le mura a Como, un rigattiere è indaffarato ad esporre la sua mercanzia. L’attenzione di Aldo viene attirata da una vecchia bicicletta militare. Non se ne sarebbe andato fino a che non fosse riuscito a portarsela a casa.

“Era una bicicletta dell’esercito svizzero. Ne sono rimasto affascinato e, quando ho scoperto che era stata prodotta a Friburgo nel 1959, ho capito che era la mia bicicletta: era un segno del destino che fossi incappato in una bici prodotta nello stesso anno e nello stesso luogo in cui sono nato! Feci tardi a lavoro e dovetti barattare alcune cose per convincere il rigattiere a cedermela, ma dopo tre ore di trattativa, la bici era mia.”

Percorrere 1200 chilometri in sella ad una bicicletta senza marce che pesa ventitre chili è sicuramente un’impresa per pochi, ma Aldo accetta la sfida e nel 2011 porta a Parigi la sua ciclostorica.

“I sali-scendi tipici della PBP sono stati massacranti. La bici era pesantissima e non poter cambiare in salita rendeva tutto decisamente più faticoso, mi alzavo in piedi sui pedali e per le ginocchia è stato deleterio. In discesa, invece, riuscivo a prendere velocità e cercavo di sfruttare al massimo questo vantaggio. Lungo il percorso forai e ruppi dei raggi e mi prese lo sconforto, l’assistenza meccanica dell’organizzazione non aveva i pezzi di ricambio adatti e non sapevo come ripararla. Ho temuto di non poter continuare, quando un ragazzino mi disse di seguirlo, portandomi da un anziano ciclista che sapeva come rimetterla in pista. Ero nervosissimo. Il vecchio mi invitò a riposare qualche ora mentre me la sistemava, ma non riuscivo a stare fermo, volevo guardare cosa stesse facendo. Nel giro di poco la bici era a posto e potei ripartire. L’anziano ciclista appose sul telaio un adesivo con il logo della sua bottega, mi diede la bicicletta e mi disse:<<Con questa vai dritto a Parigi>>. Non volle niente in cambio e me ne andai, ringraziandolo con tutto il cuore. Questa è la Parigi-Brest.”

La preparazione è importante. La cadenza quadriennale concede il tempo di dedicarsi alla sfida successiva e Aldo ogni volta si prepara per Parigi percorrendo i brevetti necessari per la qualificazione in sella alla bici scelta per l’evento. È importante capire i limiti fisici e meccanici, le difficoltà in cui uno potrebbe incappare, ma soprattutto allenare il proprio corpo ad adattarsi al mezzo speciale.

“Il 2015 è stato l’anno della Brompton. Tra gli stranieri aveva già iniziato a diffondersi l’uso della pieghevole anche in manifestazioni come questa, così quell’anno ho deciso di portare il mio contributo italiano. Anche Maurizio Bruschi, mio caro amico, pedalò in Brompton. Fu un’esperienza molto diversa da quelle precedenti, ma non meno affascinante.”

Aldo ama tenere le sue bici il più possibile nella loro versione integrale, senza apportare modifiche sostanziali al mezzo: bagaglio minimo, nessun portaborracce, abbigliamento rievocativo. Il suo scopo non è andare più forte, ma calarsi interamente nella parte, essere un continuum con la sua due ruote.

“Il 2019 è stata la volta della scatto fisso. Una sfida veramente tosta, ma un regalo speciale per il mio sessantesimo compleanno. È stata la prima volta che non ho mai smesso di pedalare, neanche in discesa, senza mai far riposare la gamba. Per questioni di sicurezza, però, ho preferito aggiungerle i freni: in mezzo al caos, alla bolgia, non mi sentivo sicuro e volevo essere certo di poter arrestare la mia corsa senza incidenti. Il gesto tecnico della ‘contropedalata’ richiede molta forza nelle gambe, oltre che dimestichezza nel movimento, non è così semplice abituarsi a questo modo di pedalare.”

Il futuro è tutto da scrivere, ma i sogni nel cassetto di Aldo sono ancora molti e, al suo fianco, sua moglie Gina, sempre pronta a sostenerlo e ad accompagnarlo nei suoi viaggi.

“Mia moglie si è appassionata a sua volta e adesso viaggiamo insieme in sella alle nostre biciclette. Nell’ultima edizione della PBP, abbiamo lasciato l’auto in garage e abbiamo pedalato insieme fino a Parigi, godendoci a pieno la bellezza del viaggio. Ad agosto saremo ai nastri di partenza della North Cape 4000, mentre l’anno prossimo lei andrà a Tokio per una mille chilometri in Brompton.”

Nel frattempo, Aldo si è già messo all’opera in preparazione alla prossima edizione e sfiderà ancora una volta sé stesso con un’altra delle sue biciclette speciali.

“Nel 2023 sarò a Parigi con la mia Moulton. La si può definire la Rolls Royce delle biciclette, ha un costo inarrivabile, ma ha un particolare telaio a forma di traliccio e si distingue per essere ultra confortevole, essendo ammortizzata sia davanti che dietro. In quell’anno avrò 64 anni e ho preferito qualcosa di più comodo, dato che le esperienze più dure me le sono ormai lasciate alle spalle.”

Come canta Ligabue, “Sono sempre i sogni a dare forma al mondo, sono sempre i sogni a fare la realtà” e il nostro randonneur poliedrico ama le sfide, ama mettersi alla prova, ama rincorrere un obiettivo e andare fino in fondo. La Parigi-Brest-Parigi è la specialissima, ma si è cimentato nelle randonnée più prestigiose e più dure d’Italia e d’Europa, ritirandosi una sola volta in Ungheria. Così in bici, così al programma televisivo “L’Eredità” dove, ancora una volta, ha dato prova di essere non solo un grande ciclista, ma anche una grande mente.

UN RANDAGIO A L’EREDITÁ

Le portiere si chiudono, il blindato spegne il motore. Il citofono suona, due guardie giurate, armate e austere. Non è una puntata di CSI e non è arrivato Horatio Caine. Aldo apre la porta, sono lì per lui con in mano un sacco tintinnante di gettoni d’oro. Quel suono che lo risveglia da un sogno con cui la realtà fa a pugni per farsi sentire, dove Aldo è il Campione e vince tutto in tre puntate a “L’Eredità”.

Aldo Mangione, estroso randonneur Comasco noto per la sua passione per le biciclette più bizzarre, a febbraio 2020 partecipa a “L’Eredità” riuscendo a portare a casa il montepremi finale. Il quiz show magistralmente condotto da Flavio Insinna, tutte le sere in onda su RAI 1, tra una forchettata e l’altra ci tiene incollati allo schermo, in una gara in famiglia a chi azzecca più risposte e a chi indovina più parole. Aldo e sua moglie fanno lo stesso, giocano spensieratamente, lontani dal pubblico, dalle telecamere e dai riflettori, un passatempo che tiene allenate le menti e apre gli orizzonti culturali. Il gioco finale, “La Ghigliottina”, consiste nell’indovinare una parola attraverso una serie di altre cinque parole ad essa attinenti e lui le indovina. È così bravo a scovare la parola che sua moglie, a sua insaputa, decide di inviare la sua candidatura per partecipare al programma televisivo: mai scelta fu più azzeccata.

In un’inedita video-intervista Aldo racconta la sua avventura, svelando i retroscena del suo successo.

Aldo, come sei arrivato negli studi televisivi de “L’Eredità” e come ti sei preparato a quest’avventura?

“Seguivo ‘L’Eredità’ insieme a mia moglie, soprattutto la parte finale: mai avrei pensato che le venisse in mente di iscrivermi senza dirmi nulla! Un giorno mi dice semplicemente che mi avevano chiamato e che dovevo andare a Roma per fare il provino. Non conoscendo alla perfezione il resto del gioco, ho cominciato a guardare su Rai Play le registrazioni delle puntate precedenti. Non ci si può preparare più di tanto ad un quiz televisivo, è fondamentale avere una buona base di cultura generale, un’ottima conoscenza della lingua italiana e una buona proprietà di linguaggio; è impensabile mettersi a studiare la vastità di materie che possono essere proposte durante il gioco e, infatti, non è solo questione di conoscenza, ma anche di avere la fortuna di trovare le domande di cui si conoscono le risposte.”

Siamo curiosi, raccontaci come si svolge la registrazione di una puntata televisiva.

“Normalmente un’ora di puntata richiede due ore di registrazione. Chiaramente nell’arco di una giornata vengono registrate più puntate ed è questo il bello: quando arrivi lì non sai quanto tempo rimarrai, potresti essere eliminato subito oppure andare avanti nel gioco e doverti fermare. Insomma, devi portarti dietro un bel valigione di vestiti, perché tra una puntata e l’altra devi cambiare abito in accordo con la costumista; non sempre quello che proponi viene accettato, se altri concorrenti indossano qualcosa di simile, a te tocca vestirti diversamente. Inoltre, ti truccano con una buona dose di cerone, che a me dava molto fastidio agli occhi, infatti continuavo a sbattere le palpebre quasi fosse un tic nervoso. É faticoso, devi stare molte ore fermo, in piedi, e durante la registrazione non puoi neanche andare alla toilette. Niente che un randonneur non possa affrontare, ma se ci aggiungi la tensione e l’agitazione diventa estremamente stancante.”

Quindi sei stato impegnato più giorni. Come hai gestito i tuoi impegni lavorativi?

“Sono stato estremamente fortunato in questo senso. Contrariamente a quanto ci si può aspettare, quando ho detto al mio capo che avrei dovuto partecipare a “L’Eredità” mi ha subito appoggiato e sostenuto. Inoltre, proprio in quei giorni, avevamo un’importante riunione di lavoro a Brescia, ma mi ha comunque permesso di vivere questa esperienza, anzi, mi ha addirittura suggerito di crearmi un personaggio. In televisione è importante identificarsi in qualcosa o qualcuno, così ho dato risalto al mio lato randagio e alla mia grande passione per la bicicletta. Gliene sono molto grato, la sua disponibilità mi ha facilitato molto, permettendomi di vivere questa avventura senza remore.”

Hai dato modo al nostro strano mondo di stare sotto i riflettori. Un gesto molto bello.

“Esatto. Ho scelto di presentarmi come ciclista per poter dare visibilità al mondo rando. Nonostante sia un fenomeno in crescita, si sente parlare ancora troppo poco di randonnée. Metaforicamente, ho interpretato la parte di colui che sta pedalando verso una meta ben precisa e non importa quanto possa diventare scomodo stare seduti sul sellino, l’unica cosa che conta è stare lì, “in surplace”, in equilibrio sul posto, prima della volata finale. Il conduttore mi ha assecondato e ha giocato molto su questa cosa. È stato bello poter portare in televisione un piccolo assaggio della nostra grande passione.”

Com’è stato diventare il campione e alla prima ghigliottina portare a casa il montepremi?

“Sicuramente una grandissima soddisfazione. Quando sono arrivato io c’era una campionessa che era lì da una ventina di puntate, era veramente forte e nessuno riusciva a scalzarla. Essere riuscito a prendere il suo posto è stato un gran risultato per me e devo dire che il fatto di aver rotto il ghiaccio nelle due puntate precedenti è stata l’arma vincente. La prima volta ero tesissimo e sudavo come un matto: nonostante sia una registrazione si è consapevoli che la vedranno milioni di persone e io non volevo sfigurare, specie di fronte ai concorrenti più giovani. Gradualmente ho iniziato a sentirmi più a mio agio davanti alle telecamere e ad essere più concentrato e lucido. Ho avuto la fortuna di trovarmi alla ghigliottina alla terza puntata, quando avevo ormai maturato maggior sicurezza; penso che se ci fossi andato alla prima serata, le cose sarebbero andate diversamente.”

Dal piccolo schermo del mio computer Aldo mostra con orgoglio le due tessere de “L’Eredità”, una con la soluzione stampata a caratteri cubitali, l’altra con la parola “lucido” scritta di suo pugno. Il ricordo di un’emozione indescrivibile, un promemoria dal valore inestimabile.

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